sabato 12 dicembre 2009

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... e poi

... preferisco le scene natutrali che mi offre il paesaggio intorno a casa. Per esempio...
Scurano, 26 novembre 2009 - ore 7,30


giovedì 10 dicembre 2009

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Ve le ricordate?


Le cartoline degli auguri!
Chissà se qualcuno le usa ancora. Con l'avvento della posta elettronica, dei mezzi di comunicazione veloci, credo che nel giro di pochi anni passeranno la loro esistenza in qualche museo della carta.
Io ho sempre subito il loro fascino e ogni tanto le riscopro.
Quando arrivano, è sempre un piacere aprirle e scoprire chi le ha mandate. E la sorpresa è ancora più grande quando scopri che a spedirle è stato qualcuno che non avresti mai immaginato.






martedì 8 dicembre 2009

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Dan Brown

Ho ascoltato l'intervista fatta da Fabio Fazio a Dan Brown.
L'ho trovato simpatico, perché ha giocato spesso e volentieri con il padrone di casa, dimostrando di possedere un ottimo senso dell'umorismo.
Mi è piaciuto anche perché non ha avuto esitazioni a svelare i segreti del suo successo: alzarsi alle quattro del mattino e appendersi spesso a testa in giù.

venerdì 4 dicembre 2009

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altre volte...

altre volte, quando ascolto musiche come il terzo movimento della Quinta di Sibelius, come ieri sera tardi, mi piace pensare che il compositore abbia voluto dipingere un atto d'amore, un amplesso frutto di un amore profondo, permeato dalla gioia e l'appagamento che nascono dalla speranza di essere immortali intrecciata alla rarefatta malinconia dettata dalla consapevolezza che ciò non può accadere...



... poi ascolto il quarto movimento della Quinta di Mahler e me ne convinco; o forse mi sembra solamente che non possa essere altro che così. Poi, in realtà, mi convinco del contrario...



(avrei preferito pubblicare quella diretta da Giuseppe Sinopoli, ma non l'ho trovata)
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a volte...

a volte, quando guido nella neve, come stamattina all'alba, mi torna in mente questa canzone

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Il talento nella letteratura, come pesarlo, di Giovanni Pannacci (segnalato da Xenia)


Prendiamo un romanzo, lo leggiamo, lasciamo che ci accompagni per qualche giorno, poi lo chiudiamo e gli diamo un posto. Una collocazione fisica nella libreria e una collocazione mentale nel nostro personalissimo archivio dei libri letti.

Ma quali parametri utilizziamo per “pesare” la qualità di un romanzo, per decidere se ciò che abbiamo letto è letteratura mediocre oppure ottima?

Tutti noi, di romanzo in romanzo, abbiamo sviluppato, credo, una certa abilità nel riconoscere quelle piste letterarie destinate a condurci verso trame e sviluppi avvincenti e – di contro – a fiutare altrettanto repentinamente quelle tracce che da subito si capisce non condurranno da nessuna parte. Cos’è, dunque, che in un romanzo ci cattura? Quali sono, in una narrazione, gli elementi che ci fanno chiudere l’ultima pagina con il cuore colmo di emozione e gratitudine?

Non è la trama né l’intreccio, né i dialoghi né l’ambientazione, né l’abilità tecnica dell’autore.

Abbiamo tutti amato romanzi ricchi di azione, ma ricordiamo con struggente piacere anche romanzi capaci di raccontare il vuoto, il nulla, il rarefatto frammento di un attimo.

Amiamo i dialoghi scattanti e serrati, ma anche le digressioni che, come lente maree, ci trasportano al largo. Amiamo la letteratura così detta di genere, ma anche il romanzo di stampo classico o quello più “sperimentale”. Ma allora cos’è che andiamo a cercare per “pesare” la qualità di un romanzo? Dopo averci riflettuto un po’, m’è tornato in mente un breve saggio scritto dal premio Nobel Orhan Pamuk (“La valigia di mio padre” Einaudi, 2007) e ho capito che in un romanzo dobbiamo cercare la cosa all’apparenza più difficile da trovare, quella più invisibile e leggera: un ago. Se il romanzo è ben riuscito, il suo autore deve per forza aver lasciato un ago nascosto fra le pieghe delle pagine.

Scavare un pozzo con un ago, spiega Pamuk, è la splendida immagine che nella lingua turca si usa per descrivere il lavoro dello scrittore. Se un romanziere ha costruito la sua storia come se avesse scavato un pozzo con un ago, noi lettori ce ne accorgiamo immediatamente. La pazienza, il rigore, la perizia, fanno sì che nel romanzo si crei una forza e una saldezza interna che tiene insieme tutto.

Perché è questo, in definitiva, ciò che chiediamo allo scrittore: di essere coerente.

Siamo felicissimi di farci trasportare in luoghi lontani o addirittura inventati, siamo dispostissimi ad accettare l’esistenza di mostri, di creature bizzarre o di uomini e donne dalla personalità complessa. Siamo docilmente disponibili a seguire lo scrittore ovunque egli voglia portarci, ma una volta lì pretendiamo coerenza, esigiamo che la finzione non sia fittizia, ma che sia vera fino al fondo più profondo della menzogna. Ecco, se il pozzo della finzione è scavato con poche bracciate scomposte, magari usando sgraziatamente una vecchia pala o, peggio, una trivella rumorosa e arrugginita, io me ne accorgo. Se invece, pagina dopo pagina, mentre leggo, avverto il lievissimo rumore bianco di una punta minuscola che gratta le pareti della mia attenzione, so che, abbandonato da qualche parte nella storia che sto leggendo, c’è un minuscolo ago lasciato dallo scrittore solo per me. Noi, da lettori, non vogliamo semplicemente sentirci raccontare una storia, vogliamo entrare in un mondo, percorrere un edificio, una strada, una città dalle solide architetture.

Lo scrittore non deve semplicemente raccontare una storia, ma costruirla. Solo così il lettore potrà entrare dentro al romanzo ed abitarlo. (E avventurarsi alla ricerca dell’ago).

... ringrazio Xenia per avermi segnalato questo pezzo, che, ancora una volta, mi ha fatto capire qualcosa in più...

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Orrore in una città apparentemente tranquilla

Pistoia, la città in cui sono nato, in questi giorni è sconvolta dalla notizia dei maltrattamenti ai bambini.
Questa mattina ho visto i video trasmessi ai Tg e sono rimasto turbato.

http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/2009/3-dicembre-2009/li-mio-figlio-aveva-paura-cosi-partita-inchiesta-1602099706120.shtml

mercoledì 2 dicembre 2009

martedì 1 dicembre 2009

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E di questa opera cosa ne pensate?

I grandi classici della letteratura italiana
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Il social network

Come tanti altri sono presente su un social network.
La tentazione sarebbe quella di cancellare ogni cosa, ma mi dispiace comunque farlo, perchè senza quel mezzo perderei una fonte di contatto con alcune persone, fonte che spesso è l'unica, perchè, pur avendo telefono e indirizzo reale, sono certo che questi ultimi non verrebbero mai utilizzati. A volte è pure comodo, perchè con un messaggio riesco a raggiungere molte persone. E a volte c'è pure qualche persona che interagisce regolarmente con me.
Poi vedo che nella maggior parte dei casi le persone lo utilizzano per test, quiz, giochi, e cazzeggio vario, mentre altri sembrano fare collezione di amici con i quali poi non succede più niente.
A volte mi arrivano richieste di amicizia da persone che non so chi siano, ma che mi invitano perchè sono amici degli amici, a volte inviti a svariate cose che ignoro, altrimenti non arriverei a fare buio.
Poi, magari mando un messaggio a qualcuno e mi accorgo, dopo mesi, che non è stato letto perchè "ah, sì, mi sono iscritto, ma non c'entro mai".
Ma qual è la molla che spinge a essere presenti? E per quale utilizzo?