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mercoledì 13 ottobre 2010

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Mik Kirk, P.I.

 

Finalmente ero riuscito a prendermi un paio di giorni di ferie: ne avevo bisogno perché il mio ufficio era ridotto veramente male dall'ultima sparatoria con i sicari di Lenny Sparacello, il tizio che gestiva le corse di risciò fantasma sulla Settima Strada, giusto a ridosso della rosticceria Fletcher's, a pochi metri dalla gelateria Debbie's, che ha il parcheggio più grande di quello del pub Goldie's ma il personale è meno educato di quello assunto dalla latteria Roy's, che tiene così tanto alle divise dei suoi camerieri da avergliene comprato un intero container da Putzu Chan, il cinese che controlla mezzo porto e che sa sempre dove farti trovare la merce più a buon mercato sulla piazza.
Soltanto che con le divise Roy si era dovuto accollare anche una dozzina di cinesi sporchi e ammaccati che erano riusciti chissà come a infilarsi nel container, e Putzu Chan ne aveva approfittato per piazzarne un paio a Lenny Sparacello, cui doveva un favore. 
E Lenny Sparacello, che ce l'aveva con me dai tempi in cui gli avevo fatto fare quattro anni di galera per averlo beccato a rubare mezza pizzetta nella panetteria Freddie's (allora mi pagavo gli studi universitari lavorando come addetto alla sicurezza in molti locali della Cinquantottesima), aveva addestrato subito i due cinesi trasformandoli in sicari e me li aveva mandati fin dentro casa, travestendoli da testimoni di Geova. Voglio chiarire una cosa: io non ho niente contro i testimoni di Geova nè contro un'altra mezza dozzina di religioni monoteiste. Ma se c'è una cosa che mi fa andare su tutte le furie è quella di essere svegliato la domenica mattina dal suono del campanello e sentire un tizio che, dopo aver sfondato la porta di casa mia, inizia a parlare in cinese mandarino alitandomi contro un misto di aglio e gatto fritto e intanto mi mette sotto il naso una .45 grossa quanto una Bibbia mormone, senza neanche darmi il tempo di togliermi un po' di crosticine dagli occhi e senza darmi il tempo di svuotare la vescica.
Tra l'altro io ho la cattiva abitudine di dormire nudo, ma ho ancora il sano vizio di andare a letto con un paio di armi, da fuoco o da taglio, infilate in due o tre orifizi del mio corpo, giusto per essere pronto a ogni evenienza, buona o cattiva che sia. E così il cervello del cinese con la pistola finì tutto sparpagliato sul soffitto, mentre il suo complice se la dava a gambe urlando per le scale mentre lo inseguivo correndo con i piedi nudi sulla moquette condominiale. Tanto rumore fece il fuggitivo che la signora Johnson, la vecchia vedova un tempo massaggiatrice sui treni interstatali che abitava all'appartamento 158, socchiuse la porta per controllare cosa diavolo stesse accadendo: e vedendomi nudo, urlò anche lei e cadde svenuta.
E fu così che lasciai perdere il cinese e Lenny Sparacello e le passeggiate al parco della mattina, e mi sollazzai con l'anziana vedova per tutta la santa domenica. 
Mentre gustavo le lasagne che mi aveva preparato per cena, pensai che non avevo mai mangiato nulla di così buono.
Almeno, da quando la mia ex mi aveva lasciato per andarsene con Lenny Sparacello...

martedì 24 marzo 2009

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Mik Kirk, P.I. / 5

Ho sperimentato sulla mia pelle che certe volte non basta risolvere un caso: bisogna anche farsi pagare. Quando le cose andavano male, perchè chi mi aveva contattato spariva o passava a miglior vita, potevo per fortuna contare su alcuni vecchi amici, che mi davano dei lavoretti, per guadagnare qualche spicciolo in attesa di tempi migliori. Un inverno di molti anni fa, mi misi a lavorare come cardatore di tappeti persiani per conto di un negozio sulla 32ma, che era gestito da Dick Fontanasalsa. Ogni sera mi mettevo nel mio ufficio a ricamare motivi bizzari, ispirandomi ai nomi che traevo dall'elenco telefonico di Panormville: al mattino passava uno dei ragazzi di Fontanasalsa, giovani al loro primo lavoretto che mettevano da parte qualche soldo per il college, a ritirare il tutto.
Quella settimana stava lavorando a un tappeto stile Vecchia Brianza: la luce della lampada sulla mia scrivania mi faceva compagnia, e sulla parete di fronte a me vedevo le ombre delle mie braccia correre su e giù lungo la fitta trama del tappeto. Come ogni sera, feci uno squillo al ristorante coreano giù all'angolo, il Cuore di Cane, e ordinai la mia solita porzione di rognone di antilope e salsa di picchio. Pochi minuti dopo bussarono alla mia porta. E' aperto, gridai. Era il proprietario del ristorante, Lee Hong Laferla, ma non era da solo. Al guinzaglio portava due antilopi.
Beh?, chiesi, tornando al mio tappeto. I rognoni sono finiti, mi disse, posso darti della coda se vuoi, o magari della lingua. Restai fermo a pensare: sinceramente avevo già fatto un bel pensierino ai rognoni, ma la possibilità di addentare un bel pezzo di coda mi faceva venire l'acquolina in bocca (erano le dieci passate, e non mangiavo dalla colazione). Vedendomi titubante, Lee Hong mi disse che mi avrebbe fatto un prezzo davvero speciale. Va bene, pensai, in fondo si deve mangiare, una parte vale l'altra. Voglio quella più scura, dissi alla fine. Saggia decisione, mormorò Lee Hong, e tirò fuori un coltello dalla giacca.
Fu questione di un attimo: sentii il sibilo della lama sfiorarmi la guancia, e il vetro della finestra alle mie spalle rompersi fragorosamente. Mi buttai sotto la scrivania. Cristo, la mia pistola era nella giacca, sull'attaccapanni vicino alla porta! Vedevo i piedi di Lee Hong avvicinarsi lentamente a me: certamente quel pazzo aveva deciso di vendermi agli uomini di Bob Messina in cambio della loro protezione. Poi sentii un colpo sordo, e vidi il coreano cadere faccia a terra. Saltai fuori dalla scrivania: le due antilopi mi guardavano.
Senti un po', mi disse quella scura. Noi l'abbiamo messo fuori combattimento per un po', ma tu promettici che ci lascerai libere, in segno di riconoscenza.
Il mio stomaco borbottava per la fame, ma mi sembrava un buon affare.
Ok, ci sto, feci io. Avete bisogno di altro?
Sì, magari dieci dollari per il taxi fino all'aeroporto, rispose quella che era stata in silenzio fino a quel momento.
Aprì il cassetto della scrivania e presi il portafogli. Gli diedi i soldi e se ne andarono immediatamente.
Non le vidi più in giro, quelle due.
E nessuno vide uscire Lee Hong Laferla dal mio ufficio.

venerdì 20 marzo 2009

7

Mik Kirk, P.I. / 4

Non so come la pensiate voi, ma io mi ritengo un uomo fortunato: faccio un lavoro che mi piace, ho un ufficio tutto mio, decido quando lavorare e quando andare in cerca di avventure. E poi ho tutte le comodità che potrebbe desiderare un uomo della mia età. Quel giorno, infatti, ero alla mia scrivania intento a tagliare le unghie dei piedi: avevo già bucato sei paia di calzini, e non mi andava di bucare il settimo. Usavo una vecchia tronchessina azteca, che il mio amico Juan Rafael Pampinella mi aveva portato dal Messico, un giorno che era passato dalle mie parti a portarmi un pacchetto di frittelle imburrate. Era tutta incisa, e aveva degli inserti in avorio: quando non la usavo per igiene personale, la utilizzavo come fermaporte per il bagno che condividevo giù nel corridoio con una famiglia di portalettere cinesi. Quel giorno, dunque, ero arrivato ancora al terzo dito del piede destro, quando entrò nel mio ufficio il più gran pezzo di donna che vedessi da almeno un paio di mesi (fatta eccezione per quella bambolina sul paginone centrale di una rivista per adulti che mi arrivava perchè ero iscritto all'ordine). Mentre scendevo il piede della scrivania, e facevo sparire le unghie già tagliate, inghiottendomele con una manciata di puntine da disegno, riconobbi nella donna la signora Catherine Amatuzzo, vedova dell'avvocato Sam Campanella, che aveva difeso alcuni uomini di Joe Quartararo nel processo che il giudice federale Vic Pensabene aveva intentato contro il crimine organizzato che spadroneggiava in città. L'avvocato era molto più anziano della donna che aveva sposato, ed era morto da poco tempo, lasciando la vedova inconsolabile.
La signora Amatuzzo mi guardò cortese e disponibile, dando un'occhiata al mio ufficio. Sembrava incuriosita dal disordine che regnava nella stanza: ma il mio era l'ufficio di un uomo che lavora, mica una gelateria per buoni a nulla figli di buona famiglia, per cui non mi scandalizzai troppo per il suo sguardo perplesso e poi affranto.
Alla fine fece un lungo sospiro e mi parlò: Sono qui per l'assicurazione della mia Ford Sentina, scade domani...
L'ufficio dell'assicurazione lo trova uscendo sulla destra, le feci io, spazzandomi dei frammenti di unghie dal risvolto della camicia.
E questo fu tutto ciò che le dissi. Soltanto dopo pensai che quel giorno, essendo mercoledì, l'ufficio dell'assicurazione avrebbe aperto soltanto di pomeriggio.

giovedì 19 marzo 2009

6

Mik Kirk, P.I. / 3

Era stato un pomeriggio noioso. Nessun cliente in cerca di aiuto, nessuna telefonata minatoria, nessuna visita da parte degli sbirri del sessantaquattresimo distretto. Non mi potevo lamentare. Alle sei e dieci minuti cominciai a prepararmi per la lezione di clavicembalo ben temperato del mercoledì pomeriggio: una di quelle stupidaggini che l'ultimo giudice che mi aveva condannato pensava potessero servire a redimere la mia anima corrotta. Già, il vecchio giudice Leonard Bronzetti. Provava un piacere sadico a leggere le sentenze nei miei confronti: una volta mi aveva condannato a stare sei mesi su un piede solo, perchè durante una perquisizione in casa di un tale che si faceva la moglie di un mio cliente (che donna, e che profumo, me lo sentivo ancora sulle mani...) avevo avuto la mano un po' troppo pesante, e avevo rotto il campanello della porta d'ingresso. Un'altra volta il vecchio Bronzetti mi aveva fatto legare ai testicoli un pappagallo cinerino, e per nove mesi, giorno e notte, ero stato costretto a vivere con quella bestia nelle mie mutande: lo scopo era quello di farmi partecipare a un corso di rieducazione per animali con problemi di alcolismo. Il pappagallo alla fine era guarito dal suo vizio, ma a me era rimasta una infezione batterica che curavo con delle pastiglie di Ariabiciclin da 35 grammi.
E adesso il clavicembalo! Dio mio, se lo avessi avuto davanti in quel momento non so dove glielo avrei infilato, quel dannato clavicembalo. Aprii la porta dell'ufficio e con mia grande sorpresa mi ritrovai davanti proprio il vecchio Leonard Bronzetti. Sembrava imbarazzato, e a disagio: indossava un completo bianco di lino, ma sulla patta dei pantaloni notai uno strano rigonfiamento, come se nascondesse qualcosa.
Gli chiesi ironicamente a cosa dovessi il piacere della sua visita. Sul volto dell'anziano giudice si dipinse un'espressione a metà di dolore e di autocompiacimento: per tre lunghi minuti restammo a guardarci, gli occhi dell'uno fissi negli occhi dell'altro. Stavo per spazientirmi e mandarlo a quel paese, quando Bronzetti esclamò una sola parola, che mi fece tremare, dalla testa ai piedi: colpevole!, disse, poi si voltò e scese giù per le scale.
Le mani mi tremavano: le chiavi mi scivolarono per terra, tanto ero nervoso! Mi chinai per raccoglierle: per terra c'era una macchia di umido. La toccai con la punta dell'indice destro e la portai al naso, per odorarla.
Puzzava di orina: orina di giudice.
Giurai che questa volta me l'avrebbe pagata.

mercoledì 18 marzo 2009

4

Mik Kirk, P.I. / 2

Sapete tutti come vanno queste cose: si conclude (bene) un lavoro, si esce a festeggiare con i ragazzi che vi hanno dato una mano, si beve un po' più del solito, e si finisce o a fare botte con un portoricano senza due dita della mano destra o a letto con qualche baldracca della buona borghesia che viene nei bar delle nostre parti perchè il marito è troppo preso dalla scrittura del suo ultimo romanzo. Quella mattina mi svegliai più confuso del solito: ero abbracciato a un portoricano che puzzava di finto Chanel, e agli angoli della bocca aveva la bava notturna cristallizzata in strane forme. Mi vestii più in fretta che potevo, mentre lo sentivo russare. Fu per questo motivo che arrivai al mio ufficio che erano già le dieci passate, ma mentre salivo le scale ebbi modo di capire che qualcuno mi stava già aspettando. Era quel rubagalline di Frank Ballistreri, che fumava il suo puzzolente sigaro da due dollari. Frank non mi stava antipatico, anzi ogni tanto mi portava qualche regalino perchè sapeva che un duro come me poteva sempre fare qualche lavoretto per lui: ma il suo sigaro sì. Finii di salire le scale e mi venne incontro, abbracciandomi. Non avevo neanche messo la chiave nella toppa della porta, che mi schiffò in mano un pacco di fotografie: un soggetto ero io, l'altro era il portoricano con cui avevo passato la notte. Mio Dio!, pensai. Sono alzato da neanche un'ora e già sono nei guai. Frank Ballistreri mi strizzò l'occhio e mi disse che certe cose possono pure capitare a un dritto come me. Figurarsi che lui una volta era stato così ubriaco che si era infilato in una gabbia dello zoo di... Lo interruppi, perché conoscevo quella storia. Gli chiesi quanto volesse per quelle foto. Mi disse che non avevo capito niente, come al solito. A lui interessava soltanto sapere se durante la notte il tizio avesse detto qualche parola, magari durante un sogno agitato. Cristo!, dissi ad alta voce tra me e me. Durante la notte ero saltato un paio di volte perchè avevo sentito il portoricano pronunciare la parola rododendro. Frank mi guardò con uno sguardo riconoscente, ripetè la parola come se volesse assaporarne ogni lettera, mi strinse la mano e corse via dall'ufficio.
Aveva lasciato il suo sigaro sulla mia scrivania: era ancora acceso. Lo buttai per terra, sulla moquette grigia, e lo spensi con le mie infradito.

martedì 17 marzo 2009

7

Mik Kirk, P.I.

Beh, insomma, quando nel mio ufficio entra Nick Morelli i casi sono due: o le notizie sono buone o sono cattive. Quel giorno erano cattive, tanto per cambiare. Appena si fu seduto davanti a me ebbi la sensazione che stavo per ficcarmi in un guaio più grosso delle mie chiappe: il suo sorriso ebete me lo confermò. Intendiamoci, Nick è un bravo ragazzo, ma ha il vizio di sputare per terra ogni volta che gli pare. Parla di uno che gli ha fatto un torto? Sputa per terra. Parla di uno che ha visto per strada? Sputa per terra. Parla di uno che sputa per terra? Sputa per terra.
Torniamo a noi: l'affare che mi proponeva quel giorno era veramente grosso. Scortare un tir carico di cancellini di stoffa diretto dall'Austria alla Finlandia: un lavoretto facile facile, per uno come me, che aveva combattuto i russi a Kabul e aveva partecipato ai primi scontri con le truppe della federazione Ciclica.
Chiesi a Nick quale sarebbe stata la mia paga. Lui mi fissò per un istante e mi sorrise. Non ci sarebbe stata nessuna paga: il carico era diretto alle scuole elementari finlandesi. Senza di esso milioni di bambini scandinavi non avrebbero imparato nulla: le maestre non potevano più cancellare da giorni le loro lavagne, e le lezioni erano ferme a poche, confuse nozioni.
La mia paga sarebbe stata il loro sorriso, e quello delle loro maestre.
Guardai a lungo fisso negli occhi Nick Morelli: dopo dieci secondi sputai sulla mia scrivania, su una bolletta del telefono ancora da pagare.
Capì che era ora di andare via: e senza darmi la mano, in silenzio, si avviò verso la porta del mio ufficio.